Sulla stupidità di Robert Musil (2.10.2026)

Un piccolo abuso di questo formato. La mia libertà artistica.
Un minuscolo estratto di questo discorso circolava da qualche parte su Facebook o Instagram. Ho cercato e trovato il testo liberamente accessibile in formato PDF. Come probabilmente la maggior parte delle persone, ormai leggo quasi tutto sul telefono. Per questo il formato PDF è già una bella imposizione. Naturalmente lo è anche il testo stesso. Per la sua lunghezza. Per la sua lingua. Per le parole che in parte oggi non vengono più usate. Ma anche per l’impegno richiesto dalle formulazioni e dalle frasi, talvolta fortemente annidate. Oggi non si scrive e non si parla più così. Forse dipende anche dal fatto che siamo diventati tutti più stupidi.
Perché questo testo? Mi ha parlato in molti modi. La bellezza della lingua e l’estetica del discorso. La varietà degli aspetti di questo tema. Molte cose che oggi non si potrebbero o non si dovrebbero più scrivere in questo modo. Cose che proprio per questo trasmettono anche storia. E infine le sue considerazioni conclusive sui significati. Perché anche questo è il mio tema.
Non ho idea di come si legga il testo nelle altre lingue... anche questo è un esperimento.

Musil:

Signore e signori!
Chi si arrischia a parlare della stupidità corre oggi il pericolo di subire danni in vari modi; ciò può essergli imputato come presunzione, perfino come disturbo dello sviluppo contemporaneo. Io stesso ho scritto già alcuni anni fa: «Se la stupidità non somigliasse fino a confondersi con essi al progresso, al talento, alla speranza o al miglioramento, nessuno vorrebbe essere stupido».

Era il 1931; e nessuno oserà dubitare che da allora il mondo abbia visto ulteriori progressi e miglioramenti! Sorge così, a poco a poco, una certa improrogabilità della domanda: che cos’è propriamente la stupidità?

Non vorrei neppure trascurare il fatto che, come poeta, conosco la stupidità da molto più tempo; potrei anzi dire di essere stato talvolta in rapporti collegiali con essa! E non appena un uomo apre gli occhi nel regno della poesia, si vede inoltre di fronte a una resistenza quasi indescrivibile, che sembra poter assumere ogni forma:

sia personale, come quella dignitosa di un professore di storia della letteratura che, abituato a mirare a distanze incontrollabili, nel presente manca rovinosamente il bersaglio;

sia generalmente aerea, come quella della trasformazione del giudizio critico ad opera di quello commerciale, da quando Dio, nella sua bontà per noi difficilmente comprensibile, ha concesso il linguaggio umano anche ai produttori di film sonori.

In passato ho già descritto una volta o l’altra parecchi fenomeni del genere; ma non è necessario ripeterlo né completarlo (e a quanto pare sarebbe perfino impossibile, dato il gusto della grandezza che oggi ogni cosa possiede): basta sottolineare, come risultato certo, che la costituzione inartistica di un popolo non si manifesta soltanto nei tempi cattivi e in modo rude, ma anche in quelli buoni e in ogni maniera, cosicché oppressione e divieto differiscono soltanto per grado dai dottorati honoris causa, dalle nomine accademiche e dalle assegnazioni di premi.

Ho sempre sospettato che questa multiforme resistenza di un popolo che si vanta del proprio amore per l’arte contro l’arte e lo spirito più sottile non fosse altro che stupidità, forse una sua specie particolare, una particolare stupidità artistica e magari anche sentimentale; che in ogni caso si manifestasse in modo tale che ciò che chiamiamo bello spirito fosse al tempo stesso bella stupidità; e neppure oggi vedo molte ragioni per abbandonare questa opinione.

Naturalmente non si può attribuire alla stupidità tutto ciò che deturpa un interesse pienamente umano come l’arte; come hanno insegnato soprattutto le esperienze degli ultimi anni, deve rimanere spazio anche per le diverse forme di mancanza di carattere.
Ma non si dovrebbe obiettare che il concetto di stupidità non abbia nulla a che fare qui perché si riferirebbe all’intelletto e non ai sentimenti, mentre l’arte dipenderebbe da questi ultimi.
Sarebbe un errore.
Perfino il godimento estetico è giudizio e sentimento. E vi chiedo il permesso di aggiungere a questa grande formula, che ho preso in prestito da Kant, non soltanto il ricordo che Kant parla di una facoltà estetica di giudizio e di un giudizio di gusto, ma anche di poter ripetere subito le antinomie a cui conduce:

Tesi: il giudizio di gusto non si fonda su concetti, perché altrimenti se ne potrebbe disputare (decidere mediante dimostrazione).

Antitesi: si fonda su concetti, perché altrimenti non se ne potrebbe neppure discutere (cercare un’intesa).

E ora vorrei domandare se un giudizio analogo, con un’analoga antinomia, non sia anche alla base della politica e del groviglio della vita in generale. E non si possono forse attendere, là dove abitano il giudizio e la ragione, anche le loro sorelle e sorelline, le diverse forme della stupidità?
Tanto sulla loro importanza. Erasmo da Rotterdam ha scritto nel suo delizioso e tuttora inesaurito «Elogio della follia» che senza certe stupidità l’uomo non verrebbe neppure al mondo!

*

Molte persone manifestano una sensazione del dominio della stupidità su di noi, tanto lesivo del pudore quanto possente, mostrandosi amabilmente e cospirativamente sorprese appena sentono che qualcuno di cui si fidano intende evocare per nome questo mostro.
Non soltanto ho potuto fare io stesso questa esperienza all’inizio, ma ne ho presto appreso anche la validità storica quando, cercando predecessori nello studio della stupidità — dei quali, cosa sorprendente, me ne sono divenuti noti pochissimi; ma a quanto pare i saggi preferiscono scrivere della saggezza! —, un amico erudito mi inviò la stampa di una conferenza tenuta nel 1866, il cui autore era Joh. Ed. Erdmann, allievo di Hegel e professore a Halle.
Questa conferenza, intitolata «Sulla stupidità», comincia appunto dicendo che già il suo annuncio era stato accolto con una risata; e da quando so che una cosa simile può accadere perfino a un hegeliano, sono convinto che questo comportamento degli uomini verso coloro che vogliono parlare della stupidità abbia un significato particolare, e mi sento assai insicuro nella convinzione di avere sfidato una potenza psicologica immensa e profondamente ambivalente.

Preferisco dunque confessare subito la debolezza in cui mi trovo di fronte ad essa: non so che cosa sia. Non ho scoperto alcuna teoria della stupidità con il cui aiuto potrei arrischiarmi a redimere il mondo; anzi, entro i confini della cautela scientifica non ho trovato nemmeno un’indagine che ne abbia fatto il proprio oggetto, o anche soltanto un accordo che, bene o male, fosse emerso riguardo al suo concetto trattando cose affini. Può darsi che ciò dipenda dalla mia ignoranza, ma è più probabile che la domanda «Che cos’è la stupidità?» corrisponda alle abitudini di pensiero odierne tanto poco quanto le domande su che cosa siano la bontà, la bellezza o l’elettricità.

Eppure esercita non poca attrazione il desiderio di formarsi questo concetto e di rispondere nel modo più sobrio possibile a una simile questione preliminare di ogni vita; perciò anch’io un giorno sono caduto in balìa della domanda su che cosa la stupidità sia «realmente», e non su come sfili in parata, cosa che sarebbe stato assai più mio dovere e mia abilità professionale descrivere. E poiché non volevo cavarmela poeticamente né potevo farlo scientificamente, ho tentato nel modo più ingenuo, come viene sempre spontaneo in casi simili, seguendo semplicemente l’uso della parola stupido e della sua famiglia, cercando gli esempi più consueti e sforzandomi di mettere insieme ciò che via via annotavo.

Un simile procedimento ha purtroppo sempre qualcosa di una caccia alla cavolaia: ciò che si crede di osservare lo si insegue per un po’ senza perderlo, ma poiché da altre direzioni arrivano, lungo identici percorsi a zigzag, altre farfalle molto simili, presto non si sa più se si stia ancora dietro alla stessa. Così anche gli esempi della famiglia della stupidità non permetteranno sempre di distinguere se siano ancora davvero connessi alla radice o se soltanto esteriormente e inavvertitamente conducano l’osservazione da una cosa all’altra; e non sarà affatto semplice riunirli sotto un unico cappello di cui si possa dire che appartiene davvero a uno stupido.

*

In tali circostanze è quasi indifferente da dove si cominci; cominciamo dunque in qualche modo: forse è meglio partire subito dalla difficoltà iniziale, ossia che chiunque voglia parlare della stupidità o assistere con profitto a un simile colloquio deve presumere di non essere stupido; e così mette in mostra di ritenersi intelligente, benché farlo sia generalmente considerato un segno di stupidità!

Se ora esaminiamo la questione del perché sia considerato stupido mettere in mostra di essere intelligenti, si impone anzitutto una risposta che sembra portare con sé la polvere dei mobili degli avi: essa ritiene più prudente non mostrarsi intelligenti. È probabile che questa cautela profondamente diffidente, a prima vista ormai del tutto incomprensibile, provenga ancora da condizioni in cui per il più debole era davvero più intelligente non essere ritenuto intelligente: la sua intelligenza poteva costare la vita al forte! La stupidità, invece, culla la diffidenza; «disarma», come si dice ancora oggi.

Tracce di questa antica furbizia e astuzia della stupidità si trovano realmente ancora nei rapporti di dipendenza in cui le forze sono distribuite in modo tanto diseguale che il più debole cerca la propria salvezza nel fingersi più stupido di quanto sia; si mostrano, per esempio, nella cosiddetta furbizia contadina, poi nei rapporti dei servitori con i padroni dalla lingua istruita, nel rapporto del soldato con il superiore, dell’allievo con l’insegnante e del figlio con i genitori. Chi detiene il potere è meno irritato se il debole non può che se non vuole. La stupidità lo porta perfino «alla disperazione», dunque inequivocabilmente in uno stato di debolezza!
Con ciò concorda nel modo più perfetto il fatto che l’intelligenza lo metta facilmente «sul piede di guerra»! Essa è certo apprezzata nel subordinato, ma solo finché è unita a una dedizione incondizionata. Nel momento in cui le manca questo attestato di buona condotta e diventa incerto se serva al vantaggio di chi comanda, la si chiama meno spesso intelligente che impertinente, sfacciata o perfida; e spesso nasce un rapporto come se essa offendesse almeno l’onore e l’autorità del dominante, anche quando non ne minaccia realmente la sicurezza.

Nell’educazione ciò si esprime nel fatto che un allievo dotato e ribelle viene trattato con maggiore veemenza di uno che oppone resistenza per ottusità. Nella morale ha condotto all’idea che una volontà debba essere tanto più cattiva quanto migliore è il sapere contro cui agisce.

Perfino la giustizia non è rimasta del tutto immune da questo pregiudizio personale e di solito giudica con particolare sfavore l’esecuzione intelligente di un delitto, definendola «raffinata» e «insensibile».

E dalla politica ciascuno tragga gli esempi dove li trova.

Ma anche la stupidità — si dovrà probabilmente obiettare qui — è capace di irritare e non placa affatto in ogni circostanza.

Per dirla in breve, di solito suscita impazienza, ma in casi inconsueti anche crudeltà; e gli eccessi ripugnanti di questa crudeltà patologica, comunemente designati come sadismo, mostrano abbastanza spesso persone stupide nel ruolo di vittime.
Evidentemente ciò deriva dal fatto che esse cadono preda del crudele più facilmente di altre; ma sembra anche connesso al fatto che la loro inermità, percepibile da ogni lato, scatena l’immaginazione come l’odore del sangue la brama della caccia e la attira in un deserto dove la crudeltà va «troppo oltre» quasi soltanto perché non incontra più alcun limite.

È un tratto di sofferenza nello stesso autore della sofferenza, una debolezza incastonata nella sua brutalità; e benché la privilegiata indignazione della compassione offesa permetta raramente di notarlo, anche per la crudeltà, come per l’amore, occorrono due persone adatte l’una all’altra! Discuterne sarebbe certo abbastanza importante in un’umanità tormentata come quella presente dalla propria «vile crudeltà contro i più deboli» (e questa è probabilmente anche la parafrasi più comune del sadismo); ma, in considerazione della linea principale del nesso seguito e nella rapida raccolta dei primi esempi, anche quanto se n’è detto deve già valere come digressione, e nel complesso non se ne ricava altro se non che può essere stupido vantarsi di essere intelligenti, ma non sempre è intelligente suscitare una reputazione di stupidità.

Da ciò non si può generalizzare nulla; oppure l’unica generalizzazione già ammissibile sarebbe che la cosa più intelligente consista nel farsi notare il meno possibile in questo mondo! E in effetti questa riga conclusiva sotto ogni saggezza non è stata tracciata proprio di rado.

Ma ancora più spesso si fa di questo risultato misantropico un uso solo a metà o meramente simbolico e vicario, e allora esso conduce l’osservazione nella cerchia dei precetti di modestia e di precetti ancora più ampi, senza che essa abbia del tutto abbandonato il campo della stupidità e dell’intelligenza.
Sia per paura di apparire stupide sia per paura di violare il decoro, molte persone si ritengono intelligenti ma non lo dicono. E se tuttavia si sentono costrette a parlarne, lo esprimono con una perifrasi, dicendo per esempio di sé: «Non sono più stupido degli altri».
Ancora più diffuso è fare, nel modo più distaccato e oggettivo possibile, l’osservazione: «Credo di poter dire di possedere un’intelligenza normale». E talvolta la convinzione della propria intelligenza compare anche dalla porta di servizio, per esempio nella locuzione: «Non mi lascio prendere per stupido!».

Tanto più notevole è che non soltanto il singolo individuo segreto si consideri nei propri pensieri straordinariamente intelligente e ben dotato, ma anche l’uomo che agisce nella storia, non appena ne ha il potere, dice o fa dire di sé di essere oltremodo intelligente, illuminato, degno, sublime, clemente, prescelto da Dio e chiamato dalla Storia.
Sì, ama dirlo anche di un altro dal cui riflesso si sente illuminato. Ciò si è conservato pietrificato in titoli e appellativi come Maestà, Eminenza, Eccellenza, Magnificenza, Grazia e simili, ed è ormai animato a malapena dalla coscienza; ma torna subito a mostrarsi in piena vitalità quando oggi l’uomo parla come massa.

In particolare, un certo ceto medio inferiore dello spirito e dell’anima è del tutto privo di pudore davanti al bisogno di superbia non appena compare sotto la protezione del partito, della nazione, della setta o della corrente artistica e può dire Noi invece di Io.
Con una riserva che si comprende da sé e può essere lasciata da parte, questa superbia può anche essere chiamata vanità; e oggi l’anima di molti popoli e Stati è effettivamente dominata da sentimenti tra i quali la vanità occupa innegabilmente uno dei primi posti. Ma fra stupidità e vanità esiste da sempre un’intima relazione, e forse essa fornisce un indizio. Una persona stupida appare di solito vanitosa già perché le manca l’intelligenza per nasconderlo; ma in realtà non occorre nemmeno questo, poiché la parentela fra stupidità e vanità è immediata: una persona vanitosa suscita l’impressione di rendere meno di quanto potrebbe; assomiglia a una macchina che lascia sfuggire il proprio vapore da una perdita. Il vecchio detto «Stupidità e orgoglio crescono sullo stesso legno» non significa altro, così come l’espressione secondo cui la vanità «acceca».

È davvero l’attesa di un rendimento ridotto ciò che associamo al concetto di vanità, perché la parola «vano» nel suo significato principale dice quasi la stessa cosa di «inutile». E questa diminuzione del rendimento viene attesa anche là dove in realtà il rendimento c’è: vanità e talento non di rado sono anche congiunti; ma allora riceviamo l’impressione che si potrebbe produrre ancora di più se il vanitoso non si ostacolasse da sé. Questa tenace idea della diminuzione del rendimento si rivelerà in seguito anche l’idea più generale che abbiamo della stupidità.

Il comportamento vanitoso, però, come è noto non viene evitato soltanto perché può essere stupido, ma soprattutto anche perché turba il decoro. «L’elogio di sé puzza», dice una massima lapidaria, e significa che la millanteria, il parlare molto di sé e il vantarsi sono considerati non soltanto poco saggi, ma anche sconvenienti.

Se non erro, le esigenze di decoro che ne vengono violate appartengono ai multiformi precetti della discrezione e del mantenimento delle distanze, destinati a risparmiare l’amor proprio, presupponendo che esso non sia minore nell’altro che in noi stessi. Simili precetti di distanza si rivolgono anche contro l’uso di parole troppo aperte, regolano il saluto e l’appellativo, non permettono che ci si contraddica senza scusarsi né che una lettera cominci con la parola Io; in breve, esigono il rispetto di certe regole affinché non ci si «avvicini troppo» a vicenda. Il loro compito è equilibrare e spianare i rapporti, facilitare l’amore del prossimo e di sé e mantenere per così dire una temperatura media delle relazioni umane; e simili prescrizioni si trovano in ogni società, in quella primitiva perfino più che in quella altamente civilizzata; le conosce anche la società animale priva di parole, come si può facilmente leggere in molte delle sue cerimonie.

Nel senso di questi precetti di distanza, tuttavia, non è vietato soltanto lodare insistentemente se stessi, ma anche gli altri.
Dire in faccia a qualcuno che è un genio o un santo sarebbe quasi altrettanto mostruoso quanto affermarlo di sé; e imbrattarsi da soli il viso e strapparsi i capelli non sarebbe, secondo la sensibilità odierna, meglio che insultare un altro. Ci si accontenta di osservare che non si è proprio più stupidi o peggiori degli altri, come è già stato detto prima!
Evidentemente sono le manifestazioni smisurate e indisciplinate a essere bandite negli ordinamenti regolati.

E poiché prima si è parlato della vanità con cui popoli e partiti oggi si esaltano riguardo alla propria illuminazione, bisogna ora aggiungere che la maggioranza che si sfoga — proprio come il singolo megalomane nelle sue fantasticherie — non soltanto ha preso in appalto la saggezza, ma anche la virtù, e si ritiene coraggiosa, nobile, invincibile, devota e bella; e che nel mondo esiste una particolare tendenza per cui gli uomini, quando compaiono in gran numero, si permettono tutto ciò che è loro vietato individualmente.
Questi privilegi del Noi divenuto grande danno oggi addirittura l’impressione che la crescente civilizzazione e il crescente addomesticamento dell’individuo debbano essere compensati da una decivilizzazione di nazioni, Stati e comunità ideologiche che cresce nella giusta proporzione; e qui compare evidentemente una perturbazione affettiva, un disturbo dell’equilibrio affettivo che in fondo precede l’opposizione tra Io e Noi e anche ogni valutazione morale. Ma è ancora stupidità — si dovrà pur chiedere —, ha ancora in qualche modo a che fare con la stupidità?

Stimati ascoltatori! Nessuno ne dubita!

Ma prima di rispondere prendiamo piuttosto fiato con un esempio che non è privo di simpatia! Tutti noi, benché soprattutto noi uomini, e in particolare tutti gli scrittori noti, conosciamo la signora che vuole assolutamente affidarci il romanzo della propria vita e la cui anima sembra essersi sempre trovata in circostanze interessanti senza che ne sia derivato alcun risultato, risultato che attende piuttosto da noi.
Questa signora è stupida? Qualcosa che emerge dall’abbondanza delle impressioni suole sussurrarci: lo è! Ma la cortesia, così come la giustizia, esige che si ammetta che non lo è del tutto e sempre.
Parla molto di sé, e parla molto in generale.
Giudica in modo molto deciso e su tutto.
È vanitosa e immodesta.
Ci impartisce spesso lezioni.
Di solito la sua vita amorosa non è in ordine e, in generale, la vita non le riesce proprio bene.
Ma non esistono forse altri tipi di persone a cui tutto o la maggior parte di ciò si applica ugualmente?
Parlare molto di sé è, per esempio, anche una cattiva abitudine degli egoisti, degli inquieti e perfino di un tipo di malinconici.

E tutto ciò insieme si applica soprattutto alla gioventù; in essa parlare molto di sé, essere vanitosa, ammaestratrice e non del tutto in ordine con la vita appartiene addirittura ai fenomeni della crescita; in una parola, mostrare esattamente le stesse deviazioni dall’intelligenza e dal decoro, senza essere per questo stupida o più stupida di quanto sia naturalmente condizionato dal fatto che — non è ancora diventata intelligente!

Signore e signori! I giudizi della vita quotidiana e della sua conoscenza degli uomini colgono probabilmente nel segno il più delle volte, ma di solito anche di lato. Non sono nati per amore di una dottrina corretta, ma rappresentano in realtà soltanto movimenti mentali di assenso e difesa. Anche questo esempio insegna dunque soltanto che qualcosa può essere stupido senza doverlo essere, che il significato cambia con la connessione in cui qualcosa compare e che la stupidità è fittamente intrecciata con altro senza che da nessuna parte sporga il filo che permetterebbe di disfare il tessuto in un sol colpo.
Perfino il genio e la stupidità sono indissolubilmente legati, e l’umanità aggira in modo peculiare il divieto, pena l’essere considerata stupida, di parlare molto e molto di sé: mediante il poeta.
Nel nome dell’umanità egli può raccontare che gli è piaciuto ciò che ha mangiato o che il sole è nel cielo, può rivelare se stesso, divulgare segreti, fare confessioni, rendere conto di sé in modo spietatamente personale (almeno molti poeti ci tengono!); e tutto questo sembra proprio come se l’umanità, in via eccezionale, si concedesse qualcosa che altrimenti si proibisce. In tal modo essa parla incessantemente di sé e, con l’aiuto del poeta, ha già raccontato milioni di volte le stesse storie ed esperienze, cambiando soltanto le circostanze, senza che ne sia derivato per lei alcun progresso o guadagno di comprensione: non dovrebbe infine essere sospettata anch’essa di stupidità nell’uso che fa della propria poesia e nell’adattamento di questa a tale uso? Quanto a me, non lo ritengo affatto impossibile!

Fra i campi di applicazione della stupidità e dell’immoralità — quest’ultima parola intesa nel senso più ampio, oggi inconsueto, che significa quasi la stessa cosa di mancanza di spirito, ma non di mancanza d’intelletto — esistono in ogni caso un’identità e una differenza complicate. E questa appartenenza comune è senza dubbio simile a come Joh. Ed. Erdmann l’ha espressa in un passo importante della conferenza ricordata prima, dicendo che la brutalità è «la pratica della stupidità». Disse: «Le parole non sono... l’unica manifestazione di uno stato dello spirito. Esso si rivela anche nelle azioni. Così anche la stupidità. Non soltanto essere stupidi, ma agire stupidamente, commettere stupidità» — dunque la pratica della stupidità — «o la stupidità in Azione, la chiamiamo brutalità». Questa affascinante affermazione insegna nientemeno che la stupidità è un difetto del sentimento — perché la brutalità lo è certamente! E ciò riconduce direttamente verso quella «perturbazione affettiva» e quel «disturbo dell’equilibrio affettivo» che si era già potuto menzionare per accenni senza che avessero trovato una spiegazione.

Neppure la spiegazione contenuta nelle parole di Erdmann può concordare del tutto con la verità, perché, a parte il fatto che mirava soltanto al singolo uomo rozzo e incolto in contrapposizione alla «cultura» e non comprendeva affatto tutte le forme d’impiego della stupidità, anche la brutalità non è soltanto stupidità e la stupidità non è soltanto brutalità; resta dunque ancora molto da spiegare nel rapporto tra affetto e intelligenza quando si uniscono nella «stupidità applicata», cosa che deve prima essere messa in rilievo, e preferibilmente di nuovo mediante esempi.

*

Affinché i contorni del concetto di stupidità emergano correttamente, è necessario anzitutto allentare il giudizio che la stupidità sia soltanto o principalmente una mancanza d’intelletto; poiché è già stato ricordato che l’idea più generale che ne abbiamo sembra essere quella del fallimento nelle attività più diverse, della mancanza fisica e mentale in generale.
Ne esiste un esempio espressivo nei nostri dialetti locali: la designazione della durezza d’udito, dunque di un difetto fisico, con la parola «derisch» o «terisch», che probabilmente significa «törisch», cioè stolto, e quindi è vicina alla stupidità. Perché proprio nello stesso modo l’accusa di stupidità viene usata popolarmente anche altrove.

Se un concorrente cede o commette un errore nel momento decisivo, dice poi: «Ero come inchiodato!» oppure: «Non so dove avessi la testa!», benché la parte della testa nel nuoto o nel pugilato possa comunque essere considerata delimitata in modo impreciso. Allo stesso modo, fra ragazzi e compagni di sport, chi si comporta goffamente sarà chiamato stupido anche se è un Hölderlin. Esistono anche rapporti d’affari in cui un uomo che non è astuto e privo di scrupoli viene considerato stupido. Nel complesso, queste sono le stupidità corrispondenti a forme d’intelligenza più antiche di quella che oggi gode pubblicamente di onore; e, se sono bene informato, nell’antica epoca germanica non soltanto le concezioni morali, ma anche i concetti di ciò che è esperto, sperimentato, saggio, dunque i concetti intellettuali, erano legati alla guerra e alla lotta.

Così ogni intelligenza ha la propria stupidità, e perfino la psicologia animale ha scoperto nei suoi test d’intelligenza che a ogni «tipo di prestazione» si può associare un «tipo di stupidità».
Se dunque si volesse cercare un concetto generalissimo dell’intelligenza, da questi confronti emergerebbe all’incirca quello di capacità, e tutto ciò che è incapace potrebbe allora occasionalmente essere chiamato anche stupido; in realtà accade così anche quando la capacità corrispondente a una stupidità non viene letteralmente definita intelligenza. Quale capacità si trovi in primo piano e in una certa epoca riempia del proprio contenuto il concetto di intelligenza e stupidità dipende dalla forma della vita.

In tempi d’insicurezza personale, astuzia, violenza, acutezza dei sensi e destrezza fisica si imprimeranno nel concetto d’intelligenza; in tempi di un atteggiamento di vita spiritualizzato — con le limitazioni purtroppo necessarie si può anche dire: borghese —, il lavoro della testa prende il loro posto. Più precisamente, dovrebbe farlo il lavoro spirituale superiore, ma nel corso delle cose ne è derivata la preponderanza della prestazione intellettuale, scritta sul volto vuoto dell’umanità indaffarata sotto la fronte dura; e così è accaduto che oggi intelligenza e stupidità, come se non potesse essere altrimenti, siano riferite soltanto all’intelletto e ai gradi della sua capacità, benché ciò sia più o meno unilaterale.

L’idea generale d’incapacità originariamente legata alla parola stupido — sia nel significato d’incapacità a tutto sia in quello di una qualsiasi incapacità particolare — ha avuto anche una conseguenza assai impressionante: poiché «stupido» e «stupidità» significano l’incapacità generale, possono occasionalmente sostituire qualsiasi parola destinata a indicarne una particolare. Questa è una delle ragioni per cui oggi l’accusa reciproca di stupidità è tanto mostruosamente diffusa. (In un altro contesto, anche la causa per cui il concetto è tanto difficile da delimitare, come hanno mostrato i nostri esempi.) Si guardino le annotazioni che si trovano ai margini dei romanzi più impegnativi rimasti a lungo nel circuito quasi anonimo delle biblioteche circolanti; qui, dove il lettore è solo con il poeta, il suo giudizio si esprime di preferenza con la parola «stupido!» o con i suoi equivalenti, come «idiota!», «assurdo!», «stupidità indicibile!» e simili.
E sono anche le prime parole dell’indignazione quando, nelle rappresentazioni teatrali o nelle mostre di pittura, l’uomo si presenta in massa contro l’artista e si scandalizza.

Qui andrebbe ricordata anche la parola «kitsch», che fra gli artisti stessi è più popolare di ogni altra come primo giudizio, senza che però, almeno per quanto ne so, sia possibile determinarne il concetto e spiegarne l’applicabilità, se non mediante il verbo «verkitschen», che nell’uso dialettale significa pressappoco «cedere al di sotto del prezzo» o «svendere». «Kitsch» ha dunque il significato di merce troppo a buon mercato o da liquidazione, e credo che questo senso, naturalmente trasferito sul piano spirituale, si possa ritrovare ogni volta che la parola viene usata inconsciamente nel modo giusto.
Poiché la merce da liquidazione e le cianfrusaglie entrano nella parola soprattutto per il significato, ad esse associato, di merce incapace e inadatta, mentre incapacità e inadeguatezza costituiscono anche la base dell’uso della parola stupido, non è affatto esagerato sostenere che siamo inclini a definire «in qualche modo stupido» tutto ciò che non ci va a genio — soprattutto se, a parte questo, fingiamo di stimarlo come elevato o spiritualmente raffinato!

E per determinare questo «in qualche modo» è significativo che l’uso delle espressioni della stupidità sia intimamente compenetrato da un secondo uso, che comprende le espressioni altrettanto imperfette per ciò che è volgare e moralmente ripugnante, riportando lo sguardo a qualcosa che lo aveva già colpito: la comunanza di destino dei concetti «stupido» e «indecente». Infatti non soltanto «kitsch», espressione estetica d’origine intellettuale, ma anche le parole morali «sporcizia!», «ripugnante!», «orrendo!», «morboso!», «sfacciato!» sono critiche d’arte e giudizi sulla vita in forma nucleare e non sviluppata.
Forse però queste espressioni contengono ancora uno sforzo intellettuale, una differenza di significato, anche se vengono usate senza distinzione; allora, in ultima istanza, subentra per esse l’esclamazione già davvero semimuta «Che bassezza!», che sostituisce tutto il resto e può spartirsi il dominio del mondo con l’esclamazione «Che stupidità!». Perché è evidente che queste due parole possono occasionalmente sostituire tutte le altre, dato che «stupido» ha assunto il significato d’incapacità generale e «volgare» quello di violazione generale dei costumi; e se si ascolta ciò che oggi gli uomini dicono gli uni degli altri, sembra che l’autoritratto dell’umanità, quale nasce senza sorveglianza da reciproche fotografie di gruppo, sia mescolato esclusivamente con variazioni di queste due parole scolorite!

Forse vale la pena rifletterci. Senza dubbio entrambe rappresentano il gradino più basso di un giudizio che non giunge a svilupparsi, una critica ancora del tutto inarticolata che sente sì che qualcosa è falso, ma non sa indicare che cosa. L’uso di queste parole è l’espressione difensiva più semplice e peggiore che si possa trovare; è l’inizio di una risposta e già anche la sua fine. Ha qualcosa di un «cortocircuito» e diventa più comprensibile se si considera che Stupido e Volgare, qualunque cosa possano significare, vengono usati anche come insulti.

Il significato degli insulti, infatti, come è noto non risiede tanto nel loro contenuto quanto nel loro uso; e molti fra noi possono amare gli asini, ma si offenderanno se ne vengono chiamati uno. L’insulto non rappresenta ciò che raffigura, bensì un miscuglio di rappresentazioni, sentimenti e intenzioni che non è minimamente capace di esprimere, ma soltanto di segnalare. Per inciso, ha questo in comune con le parole di moda e straniere, ragione per cui esse sembrano indispensabili anche quando potrebbero essere perfettamente sostituite. Per questa ragione negli insulti c’è anche qualcosa d’inimmaginabilmente eccitante, che concorda certo con la loro intenzione ma non con il loro contenuto; e ciò si mostra forse nel modo più chiaro nelle parole di scherno e nei soprannomi della gioventù: un bambino può dire «Busch!» o «Moritz!» e con ciò mandarne un altro su tutte le furie sulla base di associazioni segrete.

Ma ciò che si può dire così degli insulti, degli scherni, delle parole di moda e straniere si può dire anche delle battute, delle parole d’ordine e delle parole d’amore; e ciò che accomuna tutte queste parole, altrimenti tanto diverse, è che stanno al servizio di un affetto e che sono proprio la loro imprecisione e la loro mancanza di oggettività a renderle capaci, nell’uso, di soppiantare interi campi di parole più pertinenti, oggettive e corrette. Evidentemente nella vita esiste talvolta un bisogno di ciò, e gli si deve riconoscere il suo valore; ma ciò che avviene in tali casi è senza dubbio stupido, percorrendo per così dire le stesse vie della stupidità; questo nesso si può studiare nel modo più chiaro in un esempio capitale e politico di perdita della testa: il panico.

Quando qualcosa agisce su una persona con una forza eccessiva per lei, sia uno spavento improvviso o una pressione psichica persistente, può accadere che questa persona faccia all’improvviso «qualcosa senza testa». Può mettersi a urlare, in fondo non diversamente da un bambino, può fuggire «alla cieca» da un pericolo o gettarvisi altrettanto alla cieca, può essere colta da un’inclinazione esplosiva a distruggere, imprecare o lamentarsi. Nel complesso, al posto di un’azione appropriata richiesta dalla sua situazione produrrà una quantità di altre azioni, apparentemente sempre, ma fin troppo spesso anche realmente, prive di scopo, anzi contrarie allo scopo. Questo genere di reazione è noto soprattutto attraverso il «terrore panico»; ma, se la parola non viene intesa in modo troppo stretto, si può parlare anche di panico dell’ira, dell’avidità e perfino della tenerezza, ovunque uno stato di eccitazione non riesca a saziarsi in modo tanto vivace quanto cieco e insensato.

Che esista un panico del coraggio, diverso da quello della paura soltanto per la direzione inversa dell’effetto, è stato osservato già da tempo da un uomo tanto spiritoso quanto coraggioso.
Psicologicamente, ciò che avviene all’insorgere del panico viene considerato una sospensione dell’intelligenza e, in generale, della più alta conformazione spirituale, al posto della quale affiora un meccanismo psichico più antico; ma si può aggiungere che, con la paralisi e il distacco dell’intelletto, in questi casi non avviene tanto una discesa verso l’azione istintiva quanto un movimento che attraversa questo ambito fino a un istinto dell’estrema necessità e a una forma estrema d’azione d’emergenza. Questo modo d’agire ha la forma della confusione completa, è privo di piano e sembra abbandonato tanto dalla ragione quanto da ogni istinto salvifico; ma il suo piano inconscio consiste nel sostituire la qualità delle azioni con il loro numero, e la sua astuzia non trascurabile poggia sulla probabilità che fra cento tentativi ciechi andati a vuoto vi sia anche un colpo riuscito. Un uomo che ha perso la testa, un insetto che urta tanto a lungo contro la metà chiusa della finestra finché per caso «precipita» all’aperto attraverso quella aperta, nella loro confusione non fanno altro che ciò che la tecnica militare fa con riflessione calcolata quando «copre» un bersaglio con una raffica o con fuoco di sbarramento, già quando impiega uno shrapnel o una granata.
In altre parole, questo significa far rappresentare un’azione mirata da una voluminosa; e nulla è tanto umano quanto sostituire la qualità delle parole o delle azioni con la loro quantità.

Ora, nell’uso di parole indistinte c’è qualcosa di molto simile all’uso di molte parole, perché quanto più indistinta è una parola, tanto più ampio è il campo a cui può essere riferita; e lo stesso vale per la mancanza di oggettività.

Se queste cose sono stupide, allora attraverso di esse la stupidità è affine allo stato di panico, e anche l’uso eccessivo di questa accusa e delle sue simili non sarà troppo lontano da un tentativo psichico di salvataggio con metodi arcaico-primitivi — e, come si può probabilmente dire a buon diritto, patologici. E in effetti nel giusto uso dell’accusa che qualcosa sia davvero una stupidità o una bassezza si può riconoscere non soltanto una sospensione dell’intelligenza, ma anche la cieca inclinazione alla distruzione o alla fuga insensate. Queste parole non sono soltanto insulti, ma rappresentano un intero accesso d’insulti. Dove qualcosa può ormai essere espresso solo per mezzo loro, la violenza fisica è vicina. Per tornare agli esempi menzionati prima, in simili casi i quadri vengono aggrediti con ombrelli (e per giunta al posto di colui che li ha dipinti), i libri vengono scagliati a terra come se così potessero essere disintossicati. Ma è presente anche la pressione che toglie ogni potere, che precede tutto questo e da cui esso deve liberare: si «soffoca quasi» dalla rabbia; «nessuna parola basta», salvo appunto le più generali e povere di senso; «manca la parola», bisogna «sfogarsi». Questo è il grado di assenza di linguaggio, anzi di pensiero, che precede lo scoppio! Esso significa un grave stato d’insufficienza e infine lo scoppio viene di solito introdotto dalle parole profondamente trasparenti che «alla fine qualcosa è diventato troppo stupido» per qualcuno. Ma questo qualcosa è la persona stessa. In tempi in cui una grande energia risoluta è molto apprezzata, è necessario ricordare anche ciò che talvolta le somiglia fino a confondersi con essa.

*

Signore e signori! Oggi si parla molto di una crisi di fiducia dell’umanità, di una crisi della fiducia finora riposta ancora nell’umanità; la si potrebbe anche chiamare un panico che sta per prendere il posto della certezza che siamo in grado di condurre i nostri affari in libertà e con ragione. E non dobbiamo ingannarci sul fatto che questi due concetti morali, e anche morali-artistici, libertà e ragione, giunti fino a noi come emblemi della dignità umana dall’età classica del cosmopolitismo tedesco, già dalla metà del diciannovesimo secolo o poco più tardi non godessero più di perfetta salute. A poco a poco sono andati «fuori corso», non si è più saputo che cosa «farsene», e il fatto che siano stati lasciati raggrinzire è stato meno il successo dei loro avversari che dei loro amici.

Non dobbiamo dunque neppure ingannarci sul fatto che noi, o coloro che verranno dopo di noi, probabilmente non torneremo a queste idee immutate; il nostro compito, e il senso delle prove imposte allo spirito, sarà piuttosto — e questo è il compito dolorosamente pieno di speranza di ogni generazione, compreso tanto raramente — compiere con le minori perdite possibili il passaggio sempre necessario, anzi assai desiderabile, al nuovo! E tanto più, poiché è stato trascurato il passaggio, che deve avvenire al momento giusto, a idee trasformate preservando ciò che conta, un simile agire ha bisogno di idee ausiliarie su ciò che è vero, ragionevole, significativo, intelligente e dunque, in riflesso rovesciato, anche su ciò che è stupido. Ma quale concetto o concetto parziale di stupidità si può formare quando vacillano quelli dell’intelletto e della saggezza? Per mostrare con un piccolo esempio quanto le concezioni cambino con i tempi, vorrei soltanto ricordare che in un manuale di psichiatria un tempo molto noto la domanda:
«Che cos’è la giustizia?»
e la risposta:
«che l’altro venga punito!»
venivano citate come un caso d’imbecillità, mentre oggi costituiscono il fondamento di una concezione giuridica molto discussa. Temo dunque che neppure le esposizioni più modeste potranno concludersi senza almeno accennare a un nucleo indipendente dai mutamenti del tempo. Ne derivano ancora alcune domande e osservazioni.

Non ho alcun diritto di presentarmi come psicologo, e non voglio farlo, ma gettare almeno uno sguardo fugace in questa scienza è probabilmente la prima cosa da cui si può sperare aiuto nel nostro caso. La psicologia più antica distingueva fra sensazione, volontà, sentimento e facoltà rappresentativa o intelligenza, e per essa era chiaro che la stupidità fosse un basso grado d’intelligenza. La psicologia odierna ha però privato della sua importanza la distinzione elementare delle facoltà dell’anima, ha riconosciuto la reciproca dipendenza e compenetrazione delle diverse funzioni dell’anima e — ha così reso molto meno semplice la risposta alla domanda su che cosa significhi psicologicamente la stupidità.

Naturalmente, anche secondo la concezione odierna esiste una relativa autonomia della prestazione intellettuale, ma perfino nelle condizioni più tranquille l’attenzione, la comprensione, la memoria e altro, quasi tutto ciò che appartiene all’intelletto, dipendono probabilmente anche dalle qualità dell’animo; a ciò si aggiunge, tanto nell’esperienza agitata quanto in quella spiritualizzata, una seconda compenetrazione d’intelligenza e affetto che è quasi insolubile. E questa difficoltà di separare intelletto e sentimento nel concetto d’intelligenza si rispecchia naturalmente anche in quello di stupidità; e quando, per esempio, la psicologia medica descrive il pensiero delle persone deboli di mente con parole come povero, impreciso, incapace d’astrazione, confuso, lento, distraibile, superficiale, unilaterale, rigido, macchinoso, ipermobile, sconnesso, si può riconoscere senz’altro che queste qualità rimandano in parte all’intelletto e in parte al sentimento.

Si può dunque ben dire: stupidità e intelligenza dipendono tanto dall’intelletto quanto dal sentimento; e se conti di più l’uno o l’altro, se per esempio nell’imbecillità la debolezza dell’intelligenza sia «in primo piano» o, in qualche rispettato rigorista morale, lo sia la paralisi del sentimento, può essere lasciato agli esperti, mentre noi profani dobbiamo arrangiarci in modo un po’ più libero.
Nella vita si intende di solito per persona stupida chi è «un po’ debole di testa». Ma esistono anche le più diverse deviazioni mentali e psichiche da cui perfino un’intelligenza innata e intatta può essere così ostacolata, intralciata e sviata che nel complesso ne risulta qualcosa per cui la lingua ha di nuovo a disposizione soltanto la parola stupidità. Questa parola comprende dunque due specie in fondo assai diverse: una stupidità onesta e semplice e un’altra che, in modo un po’ paradossale, è perfino segno d’intelligenza. La prima si basa piuttosto su un intelletto debole, la seconda su un intelletto che è semplicemente troppo debole in rapporto a qualcosa, ed è di gran lunga la più pericolosa.
La stupidità onesta è un po’ dura di comprendonio e, come si dice, «ci mette un po’ ad arrivarci». È povera di idee e parole e goffa nel loro impiego.
Preferisce ciò che è consueto perché la frequente ripetizione glielo imprime, e una volta che ha afferrato qualcosa non è incline a lasciarselo togliere tanto presto, a lasciarlo analizzare o a cavillarci lei stessa. Nel complesso ha non poco delle guance rosse della vita! È vero che spesso è indeterminata nel pensiero e i pensieri le si arrestano facilmente del tutto davanti a nuove esperienze, ma in compenso ama attenersi a ciò che è sensibilmente esperibile, che può per così dire contare sulle dita. In una parola, è la cara «stupidità luminosa», e se talvolta non fosse anche così credula, confusa e al tempo stesso tanto refrattaria a ogni insegnamento da poter portare alla disperazione, sarebbe un fenomeno estremamente grazioso.

Non voglio rinunciare ad adornare ancora questo fenomeno con alcuni esempi che lo mostrano anche da altri lati e che ho tratto dal manuale di psichiatria di Bleuler: un imbecille esprime ciò che noi sbrigheremmo con la formula «medico al capezzale del malato» con le parole:
«Un uomo, tiene la mano dell’altro, che è a letto, poi c’è lì una suora».
È il modo di esprimersi di un pittore primitivo!
Una domestica non del tutto lucida considera un brutto scherzo il fatto che le si chieda di consegnare i propri risparmi alla cassa, dove frutterebbero interessi: nessuno sarà tanto stupido da darle ancora qualcosa perché gli conservi il denaro! risponde; e in ciò si esprime una disposizione cavalleresca, un rapporto con il denaro che nella mia gioventù si poteva ancora osservare occasionalmente in vecchie persone distinte!
Infine, a un terzo imbecille viene addebitato come sintomo il fatto che sostenga che una moneta da due marchi valga meno di una da un marco e due mezzi marchi, perché — così suona il suo ragionamento — bisogna cambiarla e allora si riceve troppo poco!
Spero di non essere l’unico imbecille in questa sala a concordare di cuore con questa teoria del valore per le persone che non fanno attenzione quando ricevono il resto!

Ma, per tornare ancora una volta al rapporto con l’arte, la stupidità semplice è davvero spesso un’artista. Invece di rispondere a una parola-stimolo con un’altra parola, come era un tempo molto comune in alcuni esperimenti, dà subito in risposta frasi intere; e si dica quel che si vuole, queste frasi hanno qualcosa di poetico! Ripeto alcune di tali risposte, nominando prima la parola-stimolo:

«Accendere: il fornaio accende la legna.
Inverno: consiste di neve.
Padre: una volta mi ha buttato giù dalle scale.
Matrimonio: serve per divertirsi.
Giardino: in giardino c’è sempre bel tempo.
Religione: quando si va in chiesa.
Chi era Guglielmo Tell: lo hanno rappresentato nel bosco; c’erano donne e bambini travestiti.
Chi era Pietro: ha cantato tre volte».

L’ingenuità e la grande corporeità di simili risposte, la sostituzione di idee superiori con il racconto di una storia semplice, il racconto importante del superfluo, delle circostanze e degli accessori, poi di nuovo la condensazione abbreviatrice come nell’esempio di Pietro: sono pratiche antichissime della poesia; e anche se credo che un eccesso di esse, come va molto di moda, avvicini il poeta all’idiota, non si può negare neppure l’elemento poetico presente in quest’ultimo, e ciò getta luce sul fatto che l’idiota possa essere rappresentato nella poesia con un piacere particolare per il suo spirito.

A questa stupidità onesta si contrappone ora quella superiore e pretenziosa in un contrasto davvero fin troppo spesso stridente. Essa non è tanto una mancanza d’intelligenza quanto il fallimento di questa per il fatto che pretende prestazioni che non le spettano; e può possedere tutte le cattive qualità dell’intelletto debole, ma inoltre anche tutte quelle causate da un animo non equilibrato, mal sviluppato, disegualmente mobile, in breve da qualunque animo che devii dalla salute.
Poiché non esistono animi «normalizzati», in questa deviazione si esprime, più precisamente, un’interazione insufficiente fra le unilateralità del sentimento e un intelletto che non basta a tenerle a freno. Questa stupidità superiore è la vera malattia della cultura (ma, per prevenire un malinteso: significa incultura, deformazione, cultura formatasi male, sproporzione fra materia e forza della cultura), e descriverla è un compito quasi infinito. Essa si estende fino alla spiritualità più alta; perché, se la stupidità autentica è un’artista silenziosa, quella intelligente è ciò che contribuisce al movimento della vita dello spirito, ma soprattutto alla sua incostanza e inconcludenza. Già anni fa ho scritto di essa: «Non esiste assolutamente alcun pensiero importante che la stupidità non sappia applicare; è mobile in tutte le direzioni e può indossare tutte le vesti della verità. La verità, invece, ha di volta in volta un solo abito e una sola via ed è sempre in svantaggio».

La stupidità di cui si parla qui non è una malattia mentale, eppure è la malattia dello spirito più pericolosa per la vita, quella che minaccia la vita stessa.
Sicuramente ciascuno di noi dovrebbe già inseguirla dentro di sé e non riconoscerla soltanto nelle sue grandi eruzioni storiche.

Ma da che cosa riconoscerla? E quale marchio inconfondibile imprimerle?! Oggi la psichiatria usa come criterio principale per i casi che la riguardano l’incapacità di orientarsi nella vita, il fallimento di fronte a tutti i compiti che essa pone, oppure improvvisamente di fronte a uno in cui non ce lo si aspetterebbe. Anche nella psicologia sperimentale, che si occupa soprattutto delle persone sane, la stupidità viene definita in modo simile. «Chiamiamo stupido un comportamento che non compie una prestazione per la quale sono date tutte le condizioni eccetto quelle personali», scrive un noto rappresentante di una delle più recenti scuole di questa scienza. Questo criterio della capacità di un comportamento oggettivo, dunque della competenza, non lascia nulla a desiderare per i «casi» inequivocabili della clinica o della stazione di esperimenti sulle scimmie; ma i «casi» che circolano liberamente richiedono alcune aggiunte, perché il giusto o errato «compimento della prestazione» non è sempre altrettanto evidente in loro.

In primo luogo, nella capacità di comportarsi in ogni momento come fa in determinate circostanze un uomo adatto alla vita è già contenuta tutta l’ambiguità superiore dell’intelligenza e della stupidità, perché il comportamento «adeguato», «competente» può usare la cosa a proprio vantaggio personale oppure servirla, e chi fa l’una cosa tende a considerare stupido chi fa l’altra. (Ma dal punto di vista medico è davvero stupido soltanto chi non sa fare né l’una né l’altra.)
In secondo luogo, non si può neppure negare che un comportamento non oggettivo, perfino contrario allo scopo, possa spesso essere necessario, perché oggettività e impersonalità, soggettività e mancanza di oggettività sono imparentate; e per quanto sia ridicola la soggettività spensierata, un comportamento del tutto oggettivo è naturalmente altrettanto impossibile nella vita, anzi nel pensiero; equilibrare le due cose è perfino una delle principali difficoltà della nostra cultura.

E infine si dovrebbe anche obiettare che occasionalmente nessuno si comporta in modo intelligente quanto sarebbe necessario, e dunque ciascuno di noi, se non sempre, è stupido di tanto in tanto. Bisogna perciò distinguere anche fra fallimento e incapacità, fra stupidità occasionale o funzionale e permanente o costituzionale, fra errore e mancanza d’intelletto. Ciò appartiene alle cose più importanti, perché le condizioni della vita oggi sono tanto poco chiare, tanto difficili, tanto confuse che dalle stupidità occasionali dei singoli può facilmente nascere una stupidità costituzionale della collettività.

Così l’osservazione conduce infine anche fuori dall’ambito delle qualità personali, verso l’idea di una società affetta da difetti mentali. È vero che non si può trasferire alle società ciò che avviene psicologicamente e realmente nell’individuo, dunque neppure malattie mentali e stupidità; ma oggi si potrebbe ben parlare in molti casi di un’«imitazione sociale dei difetti mentali»; gli esempi sono piuttosto invadenti.

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Con queste aggiunte il campo della spiegazione psicologica è stato naturalmente di nuovo oltrepassato. Essa stessa ci insegna che un pensiero intelligente possiede determinate qualità come chiarezza, precisione, ricchezza, flessibilità nonostante la fermezza e molte altre che si potrebbero elencare; e che queste qualità sono in parte innate, in parte acquisite, accanto alle conoscenze che si apprendono, come una specie di abilità nel pensare; infatti un buon intelletto e una testa abile significano quasi la stessa cosa. Qui non c’è nulla da superare se non inerzia e disposizione naturale; anche questo può essere allenato, e la parola comica «sport del pensiero» non esprime neppure tanto male ciò di cui si tratta.

La stupidità «intelligente», invece, non ha tanto come avversario l’intelletto quanto lo spirito e, se con ciò non si vuole immaginare soltanto un mucchietto di sentimenti, anche l’animo. Poiché pensieri e sentimenti si muovono insieme, ma anche perché in essi si esprime la stessa persona, concetti come ristrettezza, ampiezza, mobilità, semplicità, fedeltà si possono applicare tanto al pensare quanto al sentire; e anche se il nesso che ne deriva non è ancora del tutto chiaro, basta per poter dire che all’animo appartiene anche l’intelletto e che i nostri sentimenti non sono privi di connessione con l’intelligenza e la stupidità.

Contro questa stupidità bisogna agire mediante l’esempio e la critica.
La concezione qui esposta si discosta dall’opinione comune, che non è affatto falsa ma estremamente unilaterale, secondo la quale un animo profondo e autentico non avrebbe bisogno dell’intelletto, anzi verrebbe soltanto contaminato da esso.

La verità è che nelle persone semplici certe qualità preziose, come fedeltà, costanza, purezza del sentire e altre simili, emergono senza mescolanza, ma in realtà lo fanno soltanto perché la concorrenza delle altre è debole; e prima ci è apparso un caso limite nell’immagine della debolezza mentale che acconsente amabilmente. Nulla è più lontano da me che voler abbassare con queste considerazioni l’animo buono e onesto — la sua assenza ha perfino una debita parte nella stupidità superiore! —, ma oggi è ancora più importante anteporre ad esso il concetto del significativo, cosa che, è vero, menziono ormai soltanto in modo del tutto utopico.

Il significativo unisce la verità che possiamo percepire in esso alle qualità del sentimento che godono della nostra fiducia, formando qualcosa di nuovo: una comprensione, ma anche una decisione, una perseveranza rinnovata, qualcosa che abbia contenuto intellettuale e psichico e «esiga» da noi o da altri un comportamento; così si potrebbe dire. E ciò che più importa nel rapporto con la stupidità è che il significativo è accessibile alla critica tanto dal lato dell’intelletto quanto da quello del sentimento. Il significativo è anche l’opposto comune della stupidità e della brutalità, e la sproporzione generale in cui oggi gli affetti schiacciano la ragione invece di metterle le ali si fonde nel concetto di significato. Basta su questo punto, forse perfino già più di quanto si vorrebbe doverne rispondere! Perché, se si dovesse ancora aggiungere qualcosa, potrebbe essere soltanto questo: con tutto ciò che è stato detto non è stato ancora fornito alcun segno sicuro per riconoscere e distinguere il significativo, e probabilmente non sarebbe facile darne nemmeno uno del tutto sufficiente.

Ma proprio questo ci conduce all’ultimo e più importante rimedio contro la stupidità: la modestia.

Occasionalmente siamo tutti stupidi; occasionalmente dobbiamo anche agire alla cieca o a metà alla cieca, altrimenti il mondo si fermerebbe; e se qualcuno volesse ricavare dai pericoli della stupidità la regola «Astieniti da ogni giudizio e decisione di cui non comprendi abbastanza!», ci irrigidiremmo! Ma questa situazione, di cui oggi si fa tanto scalpore, somiglia a una che ci è da tempo familiare nel campo dell’intelletto. Poiché il nostro sapere e il nostro potere sono incompleti, in tutte le scienze dobbiamo in fondo giudicare prematuramente; ma ci sforziamo e abbiamo imparato a mantenere questo errore entro limiti noti e a correggerlo all’occasione, riportando così correttezza nel nostro agire.

Nulla si oppone propriamente a trasferire questo giudicare e agire esatti e fieramente umili anche ad altri campi; e credo che il proposito: agisci bene quanto puoi e male quanto devi, e resta consapevole dei limiti d’errore del tuo agire! sarebbe già metà della strada verso una promettente configurazione della vita.

Ma con questi accenni è già da un po’ che sono giunto alla fine delle mie esposizioni, le quali, come ho premesso a mia difesa, vogliono significare soltanto uno studio preliminare. E mi dichiaro, con il piede sul confine, incapace di procedere oltre; perché un passo al di là del punto in cui ci fermiamo e passeremmo dal campo della stupidità, che perfino in teoria è ancora vario, nel regno della saggezza, una regione deserta e generalmente evitata.

Conferenza tenuta a Vienna l’11 marzo e ripetuta il 17 marzo 1937, su invito del Werkbund austriaco.

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